Se volete, vi do la mia opinione
(lo so che non la volete):
l’accaduto è in attesa di scuse.
È in attesa di scosse.
È pieno d’umiliazione.

I segni di una placida inondazione
La rinascita di pesi e misure.
Una cosa simile non s’è mai vista.
Bisogna ricominciare da zero.

Quello che ieri era un’arca,
il tempo lo prende e lo scarta.

Il vento soffia per mari e per fiumi
e io mi rendo alla volontà delle onde.

- Michail Ajzenberg

“Giunto a trent’anni, Zarathustra lasciò il suo paese e il lago natio, e si ritirò sui monti. Là, per dieci anni, senza stancarsi, godette del suo spirito e della sua solitudine. Ma alla fine il suo cuore mutò, e un giorno si alzò con l’aurora, avanzò verso il sole e così gli parlo:
“O astro grande! Cosa sarebbe mai la tua gioia se non vi fossero coloro che tu illumini!
Per dieci anni sei venuto quaggiù nella mia caverna: e certamente ti sarebbero divenuti noiosi la tua luce e il tuo percorso senza di me, la mia aquila e il mio serpente.
Ma noi ti aspettavamo tutte le mattine, tu ci davi la tua ricchezza e ne ricevevi in cambio le nostre benedizioni.
Vedi! Sono nauseato della mia saggezza, come l’ape che ha fatto troppa provvista di miele; ho bisogno di mani che si tendano verso di me.
Io vorrei denaro da elargire, finché i saggi tra gli uomini si rallegrassero di nuovo della loro follia e i poveri della loro ricchezza.
Per giungere a questo debbo discendere: come fai tu, quando a serà tramonti dietro il mare e porti la tua luce nel regno dei morti, tu, astro pieno di ricchezza e di vita!
Io debbo, come te, tramontare, come dicono gli uomini, verso i quali io voglio discendere.
Perciò benedicimi, occhio tranquillo, che puoi contemplare senza invidia anche una gioia troppo grande!
Benedici il calice che vuol traboccare, finché ne scaturisca l’acqua dorata che porti ovunque il riflesso della tua gioia!
Guarda: il calice vuole di nuovo vuotarsi, e Zarathustra vuole di nuovo essere uomo.”
Così cominciò la discesa di Zarathustra.”

FRIEDRICH NIETZSCHE

COSÌ PARLÒ ZARATHUSTRA

IL PROLOGO DI ZARATHUSTRA

PARTE PRIMA

free from your past

free of your future too

there’s nothing left to rise above but you



show me your ocean red

kiss the tears that stain my neck

drug me with fissions untrue



but i won’t photograph

you laying naked upon your back

safe in a stone house by the sea



there’s nothing true and nothing’s real

but i remember one clear feel

warm beneath your gentle company



while i lay dying upon some bed

i hope that you remember this

the only one i want to see is you

Anima mia, fa in fretta

ti presto la bicicletta, 

 ma corri.

E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno

vedrai prima di giorno.

Giorgio Caproni



oh, ecchecazzo.

intweetion:

colapesce:

The Italian Experience: (un declino meraviglioso)

1) Ci sono degli oggetti imprescindibili.
Quelli che ti porteresti dietro anche se parti per un fine settimana a 20 km da casa tua.

2) Casa. Quattro sillabe C | a| s | a | ognuna un muro | | | |. Luogo di Amarcord in cui si consumano amori e pasti, dove gli oggetti si stipano con le speranze e le storie dentro i libri dentro i dischi le lacrime fra le spezie le risa. Quando non ce l’hai ti senti smarrito. Mi sento smarrito.
Al momento l’unica certezza è un trolley troppo piccolo per definirsi armadio e troppo grande per definirsi 24 ore. L’unico riparo in questi ultimi mesi sono una dozzina di canzoni palafitta che ascolterete a gennaio 2012.
Mi hanno riparato dalla pioggia, anche se l’anima è umida, e mi hanno giustificato a scuola: “Lorenzo ma sei impreparato?” Ho avuto la febbre professoressa, oggi tengo l’io
moribondo.

3)Concerti per 4 zucchine e un bicchiere di vino mai fermo, una session infinita di registrazioni e provini , parole da cambiare. Ogni aggettivo sottratto vissuto come una “piccola morte”. Svegliarsi e affacciarsi da una nuova finestra, poi neanche quello. Dormire a caso e non dormire affatto.

Poi giugno:

4) Attacchi di panico, Rosolia, Virus intestinali, mal di testa, macchie rosse da stress, un amore in riserva e dei fiori di bach che diventano sinfonie mai sentite: ancora una “piccola morte”. Eppure non mi sento solo, sento il richiamo della grande “tribù psicosomatica”per dirla alla Massimo Troisi.
Mamma mia quanti giovani.
Noi giovani, voi Giovani, tu Giovane io, non aver paura.

5) Il Dropaxin è al gusto d’ anice, ma a me l’anice ha sempre fatto schifo, potevano farlo anche all’aglio e invece hanno scelto l’anice.
Saranno felici i depressi amanti della sambuca, ma io no.

6) Lascio che le scelte mi scelgano e intanto nei miei dubbi si crea uno strato di muffa. Ho il Karma armato.
Rimettiamoci a ballare, h: 2.35 e tutto va bene.
In fondo la non scelta è una scelta, tu che dici?

7) Seppellito l’amore
lo vediamo spuntare
per venirci a divorare

8) “Benvenuta, aiutami a riempire la mia nuova valigia.”

Colapesce - S’illumina
Regia di Federico Frascarelli (da un’idea mia, ispirata da questo video degli Spinvis http://www.youtube.com/watch?v=wHDUGZZMoiI)

[Canzoni che sono felice poter cantare già da un po’]

[and what about the deal
on the flying trapeze
got a peanut butter hand
but honey do drop in]

[said she hadn’t heard the news
hadn’t had the time to choose
a way to lose what she believes

gonna see the riverman
gonna tell him all I can
about the plan for my return

if he tells me all he knows
‘bout the way his river flows
and all night shows in summertime]

c’era una volta una città disabitata. una città incantata nel proprio incanto e sospesa a metà strada tra il tuo orgoglio mascherato da coraggio e la mia paura di soffrire che si atteggia ad intransigenza. un luogo semplice da immaginare perchè dimenticato dai meridiani e paralleli della logica e del rancore che ci fanno orientare disegnando la mappa delle nostre distanze insuperabili. in certi giorni strani, quando le stagioni regalavano meraviglie inaspettate la città tornava ad apparire ancora all’orizzonte. sono certa che l’hai vista anche tu. potrei dirti anche quando. ad esempio nel primo freddo limpidissimo dell’autunno. nell’apocalisse dei temporali d’agosto. attraverso un sole incredulo e trasparente in pieno dicembre o quello nudo e impaziente dei primi di marzo. per pochi istanti io credo che entrambi abbiamo avuto l’impressione che quella città non fosse poi così lontana. bastava un passo.

[ladri e puttane]

questo articolo, viene da qui: http://tweetdeep.tumblr.com/post/11566871195/sul-15o e mi ha ripagato di tutte le stronzate viste in tv e lette sui giornali nei giorni scorsi.

è bellissimo.

sono parole definitive e io le faccio mie.

si parla, ovviamente, della manifestazione dello scorso 15 ottobre.

“Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.
Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?
Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.
Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo”

Marina Petrillo

“Quello che succede, succede per darci il tempo di far succedere una soluzione efficace. Quello che non succede non succede per darci il tempo di considerare quanto è necessario che succeda e quanto si può resistere senza o apprezzare quello che ora c’è.”

http://www.carvelli.it/

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